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sabato 12 febbraio 2011

Il ritorno del blog mercenario ovvero_rompere il silenzio di mesi, in cambio di una Cocotte! =)

Ebbene , Cara Sigrid, mi volevi sfidare? Rompere l'inedia che sta trascinando questo blog alla rovina?

Volevi una ricetta coccolosa, calda, confortevole ed infine lunga, ma lunga, così lunga che più lunga non si può?

Te la sei cercata dunque..non avresti dovuto farlo…poi non dire che non ti avevo messa in guardia insomma! Lo so che non è uno stufato, né un piatto unico inteso nel senso canonico del termine, ma prova ad assaggiare una porzione di questa delizia, fatta scendere a filo su una coppa di ricotta fresca, magari di pecora, e poi abbi il coraggio di dirmi che avrai ancora voglia di mangiare qualcos’altro! =)

Allora, questa ricetta parla della mia Sardegna, quella nascosta ed ancestrale che a volte sembra così lontana e remota nella sua struggente, bellissima immobilità.

Parla di Nonna, del paiolo di rame, dell’autunno rosso e ventoso alle porte e di tanta atavica pazienza.

Si tratta di una vischiosa dolcezza che i più chiamano Sapa, o Saba, ma che nel mio paesello, Oliena, è conosciuta come “Su Vinihòttu” , con la h non muta, né aspirata come in inglese, bensì pronunciata con il cosiddetto “colpo di glottide”, fonema, se così si può definire, caratteristico del dialetto olianese.

Su Vinihòttu, insomma il mosto cotto, si fa in autunno, immediatamente dopo la vendemmia essendo il mosto, per l’appunto, il suo ingrediente principale.

Oltre al mosto dunque ci sarà bisogno di alcune profumose bucce d’arancia, ripulite con uno spelucchino dalla pellicola spugnosa che vi si trova all’interno.

E infine, ingrediente magari di non immediato reperimento, un po’ di cenere.

Non scherzo.

Servirà della cenere “pulita” ottenuta cioè dalla combustione di legno buono e non trattato.

Niente trucioli, per intenderci, né tantomeno gli scarti di lavorazione della falegnameria sotto casa (chi non ha una falegnameria sorro casa, di questi tempi..?!) né menchemeno si potrà dar fuoco agli sportelli di quella vecchia scarpiera abbandonata in un angolo del garage.

Insomma, serve cenere di legno sano, ottenuta tipo, chessò, bruciando nel camino quel piccolo tronco raccolto nel bosco durante le escursioni montanare delle estati passate.

Tanto di cenere ne serve poca, 1 tazzina da caffè colma ogni 2 litri, e quindi circa 1 tazza da caffèlatte per 5 litri di mosto, che è la quantità minima che ci si dovrà procurare per veder ricompensato il proprio indefesso lavoro.

Nonna ne rubava sempre almeno 30 litri a Nonno riuscendo a fare un intero paiolo di Vinihòttu, una quantità che riusciva ad appagare per le esigenze di dolce di tutto il vicinato del Carmelo, Su Càrmene, dove abitavamo noi.

Insomma, nella splendida cocotta se ne possono preparare meno litri, la quantità giusta per soddisfare un palato goloso nelle lunghe sere d’inverno.

Ecco il procedimento:

In una grande ciotola si dovranno versare il mosto e la cenere “setacciata” (ripulita cioè da vari pezzetti di carboncino che potrebbero esservi rimasti dentro) mescolando un poco, per poi lasciarla depositare sul fondo.

Occorrerà poi travasare il mosto nel paiolo/cocotta stando bene attenti a non rovesciare anche la cenere, ma lasciando andare quel pochino che viene giù quando si arriva in fondo (non so se mi sono spiegata, vabbè..).

Occorre poi mettere la cocotta sul fuoco a fiamma allegra, aggiungervi le scorze d’arancia e portare ad ebollizione, abbassando poi leggermente la fiamma, ed aspettare.

Aspettare

Aspettare

Aspettare

Ci vorranno, a seconda delle quantità di mosto, da un minimo di 3 ad un massimo di 7 ore; il liquido dovrà essersi ridotto di due terzi, passando ad essere vischioso ma morbido.

Per testarne il “livello di prontezza”, diciamo, occorrerà prenderne un cucchiaino e versarlo su un piatto freddo; se una volta intiepiditosi avrà la consistenza zucchero-elastica-appiccicoso-filante del caramello mou (tipo quello che si vede qui al minuto 1.58) sarà pronto!

Occorre spegnere allora il fuoco, ripescare le bucce d’arancia divenute deliziosi canditi, e versare il Vinihòttu ancora caldo in dei barattoli di vetro dove, una volta raffreddato, si conserverà all’infinito....

....non so se questa ricetta è adatta per farmi trovare la cocotte sotto un cavolo...oops, sotto lìalbero.... ma certamente mi ha aiutata a tornare indietro agli anni della mia infanzia, a quella gioia spensierata, quel periodo in cui tutto è vita e bellissimi giochi..e dunque..grazie Sigrid! =)

martedì 20 luglio 2010

L'estate della mia infanzia


Ultimo post inserito il 30 Giugno...certo che mi sto proprio dando da fare eh? 1 post al mese mi sembra un'ottima media...purtroppo il tanto tantissimo lavoro ed il caldo soffocante la fanno da padroni nella mia vita ultimamente, ed è così che alcune meraviglie si realizzano, tra cui, in ordine sparso: convivo con il mo fidanzato, ma quasi mi sembra di vivere da sola, talmente abbiamo orari diversi e pari, massiccie moli di lavoro; le mie occhiaie fioriscono come la graminacea sul prato all'inglese dei miei genitori, dandomi ogni giorno un'espressione vissuta e da grande intellettuale.. (mettiamola così..); il morboso caldo di questa amata/odiata Umbria mi costringe e restare sveglia fino a tarda notte, rigirandomi nel letto con il materasso che, invece di essere carino e venirmi incontro nel risolvere questo disagio, sembra essersi messo anche lui d'impegno a rovinarmi le nottate, plasmandosi sul mio corpo manco fosse pasta sfoglia attorno al ripeno di wurstel e funghi..

Ma il caldo è anche ricordo, e viaggi lontani nella mia infanzia, quando l'estate era ancora una stagione..e le stagioni venivano seguite dai contadini, miei nonni, e producevano delizie inenarrabili nell'afa soffocante e terrosa dell'orto: le zucchine.

Le zucchine non hanno mai costituito una componente basilare della cucina barbaricina (cfr. Barbagia) e praticamente posso affermare con certezza che esse non sono inserite, nè volutamente nè per errore in nessuno dei ruspanti contorni olianesi di mia conoscenza: troppo delicate forse, per poter essere servite accanto ai decisi piatti della tradizione.
Ed ecco così che le nostre nonne si inventarono questa ricetta, per rendere giusto omaggio a questo trascurato ortaggio, protagonista delle nostre estati ricche di vento rovente, che portava con sè tristi racconti di incendi nei boschi non troppo lontani dalle porte del paese.

Mentre vi scrivo, mi torna ancora in mente quell'odore, inconfonbibile, di frittura aromatica, che impregnava in quei giorni i muri, la calce, i quadri e le stoffe nella casa della mia amatissima nonna...e mi rivedo piccola, vispa e con gli occhi grandi e pieni di sogni..


Cocconeddos de cuccuvrikedda (frittelline soffici di zucchine)

zucchine
latte
acqua frizzante
farina
sale
menta, secondo il proprio gusto
olio extravergine d'oliva

non ci sono dosi per questa ricetta che segue le proporzioni della saggezza e dell'esperienza, quelle, cosiddette, "a occhio".

Lavare le zucchine, tagliarne il picciuolo e grattuggiarle per ridurle in una polpa grumosa e succosa, con una normale grattugia da cucina.
Insaporire le zucchine con sale e menta secca sbriciolata, aggiungere 2 o tre cucchiai di farina, ed allungare con un misto di latte ed acqua frizzante, fino ad ottenere un composto omogeneo, di consistenza a metà tra il solido ed il liquido.
Versare l'olio in una capiente padella di ferro, e portare a temperatura di frittura.
Versare l'impasto con l'aiuto di un ramaiolo, spostando lo stesso in senso longitudinale durante l'operazione di "mescita" dell'impasto =P , per ottenere delle frittelle dalle forma oblunga.
Friggere per pochi minuti da entrambi i lati, far asciugare su carta assorbente e servire (sono buone appena fatte, eccellenti se lasciate raffreddare per qualche ora).



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